Pietro è tornato da qualche giorno al suo magazzino, alla cooperativa Vesti Solidale. Da due anni lavora qui, addetto al reparto dove si raccolgono e recuperano rifiuti speciali, come quelli elettronici o le cartucce di stampanti e toner.
Come molti lavoratori, alla Vesti Solidale, anche Pietro ha un passato difficile alle spalle, con problemi con la giustizia. È arrivato qui grazie al contatto di una assistente sociale, ha fatto uno stage e poi è arrivato anche il contratto a tempo indeterminato.
All'inizio di quest'anno, alla soglia dei 60 anni, si immaginava tranquillo per un bel po', al lavoro nel magazzino dove arrivano materiali di stampa esauriti da tutta Italia, che loro selezionano, dividendo quel che c'è da smaltire da quel che si può rigenerare, imballano e spediscono, e così via.
«È un lavoro sporco, c'è tanta polvere, usiamo la mascherina per proteggerci».
Quel che non immaginava era che quella mascherina sarebbe diventata abitudine e necessità per altri motivi. E che avrebbe dovuto cambiare il suo magazzino con un altro.

«A me, i domiciliari piacciono», dice Michelle, 21 anni.
Davide, normalmente, fa il direttore, ma l'emergenza Covid l'ha catapultato in prima linea, al lavoro con le persone più fragili e tra le meno tutelate, perché non stanno in casa. Non possono stare in casa. Sono le persone senza dimora.
Mascherina, guanti, lista della spesa.
La moglie è infettivologa, forse per questo Marco non è così spaventato dal Coronavirus: evitano i rischi, seguono tutte le raccomandazioni, ma no, “non siamo impanicati”. Con le giuste protezioni continuano entrambi a lavorare.
Nel mondo dei servizi di sostegno ai ragazzi e alle famiglie, ci sono anche i centri diurni, dove l'accesso dei ragazzini non è libero, ma in accordo con i servizi sociali, e dove questi bambini e ragazzi sono accompagnati con un piano educativo individuale. Esattamente come i famosi PEI della scuola.
Le prime vittime di questa pandemia – lo sono state in termini di vite perse, ma anche di solitudine, e di scelte politiche che le hanno ulteriormente condannate – sono state le persone anziane.
«Quando posso andare a casa?».
Non è cambiato molto il suo lavoro, ci racconta, rispetto “a prima”. Prima del virus, si intende. Ovviamente.
Sottocoperta. Dove ci si va a riparare, quando si è una nave in mezzo alla tempesta.
Cosa succede quando a tossire è qualcuno che vive in una struttura di accoglienza? Dormitori, strutture per adulti in difficoltà, strutture del Siproimi (Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per i minori stranieri non accompagnati) non hanno spazi che permettano l’isolamento di chi è malato, di chi forse ha contratto il terribile Covid-19.
Ha proprio la faccia del bravo ragazzo: quello gentile, affidabile, un bel fioeul, come dicono molte delle “sue” vecchiette.
Sono vent'anni che Stefano, 47 anni, lavora nel mondo del sociale, ma sono “solo” 4 quelli passati nella struttura San Carlo. È una struttura residenziale della
«Paura? Io ho paura di rimanere senza soldi, prima che di prendere il virus! - Ha 61 anni Mimmo, e a casa una moglie disoccupata. - Questo lavoro è la nostra unica fonte di guadagno, e non posso perderlo».
Il giorno in cui sono arrivate le mascherine chirurgiche, insieme alla disposizione per cui anche gli operatori delle comunità di accoglienza avrebbero dovuto indossarle durante il turno, si sono guardati in faccia e prima di andare a spiegarlo ai ragazzi hanno deciso di immortalare quel momento con un selfie perché, si sono detti, “questo periodo ce lo ricorderemo per sempre”.