2020 04 23 covid Michelle«A me, i domiciliari piacciono», dice Michelle, 21 anni.

Non è mica matta, che le piace stare agli arresti in casa. Lo dice, invece, raccontando con passione il suo lavoro.

Lei è una oss della cooperativa L'Arcobaleno, a Lecco. Dallo scorso anno è stata assunta per lavorare in due centri per anziani gestiti dalla cooperativa: il Centro Laser a Lecco e Il Castello a Cesana Brianza.

La sua strada per arrivare qui non è stata lineare: ha cambiato due licei, prima di mollare la scuola e optare per un corso per ausiliaria socio-assistenziale prima e anche quello per operatore socio-sanitario poi (i famosi oss, appunto).

«Mi è sempre interessato poter avere un lavoro “umano”, di aiuto alle persone – racconta. – Ho fatto diversi tirocini nel mio percorso formativo: ho lavorato con persone disabili, sono stata in ospedale, poi sono arrivata a lavorare con gli anziani. Ed è il lavoro che mi piace di più, mi dà tanta soddisfazione».

 

«Prima dello scoppio dell'epidemia lavoravo un po' nei centri diurni e mi capitava solo ogni tanto di andare in casa degli anziani seguiti, se c'era da fare una sostituzione di qualche collega. Poi, da inizio marzo, è stato deciso di minimizzare i rischi distinguendo bene chi avrebbe lavorato con gli anziani nei centri e chi si sarebbe incaricato delle assistenze domiciliari – spiega Michelle – A me piace essere di aiuto nelle loro case, e mi hanno assegnato questo incarico».

«È sicuramente faticoso. Giri tante case, e dopo alcune settimane vedi aumentare anche la stanchezza delle famiglie. Non è facile per loro: questi anziani hanno bisogno di molto sostegno, non sono autosufficienti, alcuni sono compromessi anche da un punto di vista cognitivo. Cerco di essere quel supporto in più che fa la differenza».

Michelle vede tutti i giorni quattro anziani, in modo da assicurare la visita a tutti almeno una volta a settimana. Li aiuta nell'igiene, a fare la doccia (in alcuni casi in coppia con una collega), ma si crea anche una relazione personale. «Questa è la cosa più bella del mio lavoro: sentire la gratitudine i miei anziani che, oltre a avere un aiuto, si confidano, e poter dare loro una sicurezza».

È ovvio che in un lavoro così tenere la distanza fisica è impossibile: «cerchiamo di tenerla con i parenti in casa, ma con gli anziani, a dividerci, ci sono solo i dpi: usiamo guanti mascherine, occhialini, cuffie».

Preoccupata? «Sì, un po', ma non troppo – ammette. – Cerco di non esserlo per non trasmettere angoscia a loro e non aumentare lo sconforto dei figli, delle mogli, dei mariti. La preoccupazione è più che altro perché li vedo “andare indietro”, sia fisicamente che mentalmente, e la paura è che quando riapriremo il supporto del centro diurno non basterà più, e i parenti cercheranno altre soluzioni, come una casa di riposo».

 

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