Marco carcereLa moglie è infettivologa, forse per questo Marco non è così spaventato dal Coronavirus: evitano i rischi, seguono tutte le raccomandazioni, ma no, “non siamo impanicati”. Con le giuste protezioni continuano entrambi a lavorare.

Solo che Marco il lavoro lo ha dovuto cambiare: normalmente lavora, sempre per la cooperativa Intrecci, nella struttura per accoglienza richiedenti asilo politico ed è agente di rete nel carcere di Busto Arsizio.

Adesso le misure di contenimento del contagio impediscono il normale svolgersi delle attività all'interno del carcere e al contempo richiedono l'ampliamento di servizi come i dormitori.

Marco ha spostato parte del suo impegno lavorativo al dormitorio. Lì, come nella struttura di accoglienza, non si tratta solo di riempire le giornate improvvisamente vuote e chiuse.

I giochi di società possono compensare parzialmente le lezioni di italiano e le esperienze formative, ma soprattutto arginare la forza distruttiva del virus: chi deve ripartire ha bisogno di progettualità, di guardare al futuro con fiducia e grinta.

In condizioni normali il lavoro di Marco consiste nel fare rete con il territorio, nel cercare opportunità formative e lavorative per i suoi utenti, di essere il tramite fra il dentro del carcere, della struttura di accoglienza, con il "fuori", il mondo dove, prima o poi, vivranno le persone che gli sono affidate. Adesso che il “fuori” è fermo, per non lasciare spegnere la speranza, Marco e i suoi colleghi si concentrano su un lavoro “interno” alle persone, perché la fiamma resti accesa, perché “dopo” siano ancora forti abbastanza da ripartire.

Non è semplice.

Marco mi racconta di giovani uomini prima proiettati verso la loro nuova vita con intraprendenza e coraggio che oggi, paralizzati dalla paura, preferiscono restare chiusi in camera ed evitare i contatti anche con la comunità con cui vivono. Tutto diventa più difficile. chi esce dal carcere, per esempio, non sa dove andare, non sa come ricominciare.

È un momento particolare questo, che ha richiesto a chi lavora nel Terzo Settore una veloce ridefinizione di progetti, lavori, interventi. Molte strutture e servizi non possono, per decreto o per paura, fornire una soluzione ai bisogni e ai diritti delle persone più fragili. In questo cambio di scenario bisogna comunque tutelare le persone e la società nel suo complesso: agli operatori è richiesta una grande creatività.

E poi, però, ci sono le storie che rinfrancano: la cugina che accoglie in casa il parente che, uscendo dal carcere, non avrebbe saputo dove fare la quarantena, l’etiope che, scarcerato l’11 marzo, scopre all’ultimo momento che non può volare su Addis Abeba senza i soldi per pagarsi l’albergo per la quarantena obbligatoria ma ha speso lo stipendio per multe arretrate consegnatigli al rinnovo del passaporto. E trova una rete di sostenitori che gli prestano quanto necessario.

Arrivato a casa, ha già cominciato a restituire.


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