stefanoSono vent'anni che Stefano, 47 anni, lavora nel mondo del sociale, ma sono “solo” 4 quelli passati nella struttura San Carlo. È una struttura residenziale della cooperativa San Luigi, dedicata a uomini dai 18 ai 76 anni, persone in difficoltà per diversi motivi che hanno bisogno di un posto dove riprendere in mano la propria vita.

Nessuno degli uomini della San Carlo ha una problematica conclamata di disturbi mentali, cognitivi o di dipendenze tale da meritare un intervento in strutture dedicate. La loro fragilità deriva piuttosto da esperienze traumatiche o da situazioni pregresse: ci sono giovani adulti in uscita da comunità minori, uomini di una certa età ancora troppo giovani per entrare in RSA o in casa di riposo, padri separati che non hanno più dove dormire e non riescono a tirare avanti da soli.

Qui entrano soltanto uomini che abbiano un progetto, li accompagniamo aiutandoli a realizzarlo. ricomponendo i pezzi, sostenendoli nell’organizzazione del quotidiano. Facciamo rete con il territorio, non lavoriamo soli. A chi arriva qui lo chiariamo subito: noi non siamo né genitori né carcerieri: qui aiutiamo le persone, così come si aiuta con un bastoncino la crescita di certe piante e poi lo si toglie quando stanno su da sole”

Nella struttura, che accoglie fino a 18 persone, si impara, o si reimpara ad organizzare i pasti, mantenere ordine e pulizia. Stefano sottolinea che nella struttura non ci sono obblighi né restrizioni per entrare o uscire ma forse è proprio questa libertà che permette agli ospiti, dopo un primo periodo di assestamento, di sentirsi a casa e parte di una comunità. Alcuni devono addirittura essere spinti a uscire, a fare esperienza fuori.

Spesso sono le esperienze “dentro” a dare i frutti migliori: la convivenza genera un confronto continuo e ci si rispecchia l’uno nella storia dell’altro.

Stefano racconta di una camera condivisa: da una parte un giovane ragazzo ribelle, con i lobi modificati dal dilatatore, i capelli colorati e una vita sessuale spericolata, dall’altra un signore di una certa età, figlio unico, una persona semplice che ha vissuto una vita sempre dentro i binari, arrivato qui dopo che una grandinata gli ha distrutto la vecchia casa in cui abitava solo, ormai orfano.
Anche questa volta la convivenza ha aiutato entrambi: l’uno ha scoperto che si dorme bene anche se i vestiti non sono perfettamente piegati, l’altro che ci si può rilassare nella normalità senza perdere nulla, che non è obbligato a stare sempre sopra le righe.
Sono diventati inseparabili, come quelle piante che si abbarbicano l’una all’altra per trovare la forza di arrivare alla luce.

È l’interazione fra i diversi ospiti l’ingrediente principale del lavoro che si fa nella struttura San Carlo. Così l’isolamento sociale per il contenimento del contagio ha moltiplicato le occasioni di stare insieme, obbligando anche chi sfuggiva al confronto ad una convivenza che inevitabilmente trasforma i rapporti: “è come se il destino avesse voluto darci un’occasione di condivisione, di stare insieme come si fa in una famiglia”.

In questo periodo, che Stefano ha deciso di passare in comunità, si è aperto ed attrezzato uno spazio prima inutilizzato: con qualche seduta e una tv si è creato un salone dove si sta tutti insieme, si commentano i notiziari e, insieme, si affrontano i timori di tutti. Non è facile, soprattutto per le anime vagabonde, ma è un’esperienza da cui ci si sforza di imparare, sempre.

E quando finirà? Stefano pensa al figlio piccolo che finalmente potrà riabbracciare, ma anche a tutti i progetti rimasti a metà: non si possono perdere quelle opportunità per cui si è tanto lavorato, i rapporti con l’ufficio del lavoro e con le reti del territorio. E poi, finalmente si rivedranno anche i “vecchi” ospiti: quelli che, dopo la permanenza al San Carlo si sono trasferiti a vivere altrove, in uno degli appartamenti di semiautonomia o in soluzioni stabili esterne: “in genere passano di qua a salutare, a fare due chiacchiere e si passano insieme le festività. Ci mancano e noi manchiamo a loro”.

 dona

Come puoi leggere nelle nostre interviste, la maggior parte dei nostri operatori è al lavoro. In condizioni ancora più difficili. Nonostante la paura.
Lo facciamo perché crediamo che le persone di cui ci prendiamo cura abitualmente abbiano ancora più bisogno di noi, in questo periodo.

Ma anche noi abbiamo bisogno: questa situazione comporta una riorganizzazione continua, nuove spese, corsi di formazione, diversi strumenti.

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