2020 04 07 covid rachida detto fattoNon è cambiato molto il suo lavoro, ci racconta, rispetto “a prima”. Prima del virus, si intende. Ovviamente.
Non è cambiato molto, però qualcosa sì. È la paura, soprattutto, a fare la differenza.

«Le prime settimane ero molto preoccupata. Non si sapeva niente di questo virus. Ho continuato a lavorare, ma la paura era molta».
Rachida ha 52 anni e lavora per la cooperativa Detto Fatto. Fa le pulizie in alcuni centri gestiti da un'altra delle nostre cooperative: la Novo Millennio di Monza.

 

Alcuni dei posti in cui faceva le pulizie sono chiusi, altri sono rimasti aperti.


C'è la comunità Sirio, che ospita sette ragazzini, maschi – sono minori stranieri in Italia senza la famiglia - e i loro educatori, e c'è il centro diurno Stella Polare, che accoglie giovani con disagio psichico.

«Non è frequentato da tutti i ragazzi insieme, come al solito – spiega Rachida – sono state ridotte le attività, e vengono solo tre o quattro ragazzi per volta con una educatrice, a turno. Non mi fa molta paura lavorare a Stella Polare, lì gli spazi sono molto ampi e si riesce a stare ben distanti gli uni dagli altri.
In comunità invece ero davvero preoccupata: è un appartamento, gli spazi sono più ristretti, capita spesso che i ragazzi mi passino vicini, uno deve andare in bagno, l'altro in camera... però mi hanno spiegato che nessuno di loro esce di casa da settimane. Ora sono più tranquilla».

Le precauzioni sul lavoro ci sono tutte. «Metto la mascherina, i guanti, e appena torno a casa, prima di rientrare, mi tolgo sul balcone la giacca e i vestiti esterni e entro pulita».

Ha ripreso anche ad andare al lavoro a piedi, Rachida. «Non prendo mezzi e la strada è vuota. Non incontro nessuno. Anche questo ha aiutato a far diminuire la paura».

Certo, la preoccupazione resta. E l'attenzione anche. A casa ha due figli, e il pensiero di portare a casa la malattia è soprattutto per loro.
«Io sono credente, non ho paura della morte. Se succede, succede. Ma il mio timore è per loro».

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Come puoi leggere nelle nostre interviste, la maggior parte dei nostri operatori è al lavoro. In condizioni ancora più difficili. Nonostante la paura.
Lo facciamo perché crediamo che le persone di cui ci prendiamo cura abitualmente abbiano ancora più bisogno di noi, in questo periodo.

Ma anche noi abbiamo bisogno: questa situazione comporta una riorganizzazione continua, nuove spese, corsi di formazione, diversi strumenti.

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