2020 05 08 coronavirus pietro vesti solidalePietro è tornato da qualche giorno al suo magazzino, alla cooperativa Vesti Solidale. Da due anni lavora qui, addetto al reparto dove si raccolgono e recuperano rifiuti speciali, come quelli elettronici o le cartucce di stampanti e toner.

Come molti lavoratori, alla Vesti Solidale, anche Pietro ha un passato difficile alle spalle, con problemi con la giustizia. È arrivato qui grazie al contatto di una assistente sociale, ha fatto uno stage e poi è arrivato anche il contratto a tempo indeterminato.

All'inizio di quest'anno, alla soglia dei 60 anni, si immaginava tranquillo per un bel po', al lavoro nel magazzino dove arrivano materiali di stampa esauriti da tutta Italia, che loro selezionano, dividendo quel che c'è da smaltire da quel che si può rigenerare, imballano e spediscono, e così via.

«È un lavoro sporco, c'è tanta polvere, usiamo la mascherina per proteggerci».

Quel che non immaginava era che quella mascherina sarebbe diventata abitudine e necessità per altri motivi. E che avrebbe dovuto cambiare il suo magazzino con un altro.

 

All'inizio dell'emergenza, quando sono state chiuse quasi tutte le attività lavorative, le cooperative del Consorzio Farsi Prossimo e delle realtà Caritas si sono organizzate per rispondere alle nuove esigenze, cercando contemporaneamente di lasciare a casa il minor numero di persone possibile.

Messi al sicuro i lavoratori più anziani o fragili, chi si è trovato con l'azienda chiusa – come le attività della Vesti Solidale e delle cooperative di tipo B – è stato spostato su altre attività che improvvisamente erano divenute ancora più urgenti. Anche perché, a loro volta, non potevano più contare sull'aiuto dei volontari.

Aveva un gran bisogno, ad esempio, il magazzino della Caritas Ambrosiana che ha sede a Burago Molgora, in Brianza, dove vengono confezionati i pacchi alimentari che prendono poi la strada delle mense, degli Empori della Solidarietà, dei centri di ascolto in aiuto alle famiglie in difficoltà.

«Molti dei volontari Caritas spesso sono persone in pensione e con una certa età, che sono subito rimasti a casa in isolamento – spiega Pietro, – così noi che eravamo fermi siamo stati mandati a sostituirli».

Oltre ai pacchi alimentari, nelle settimane di emergenza al magazzino di Burago c'era altro materiale da ricevere, smistare, spedire. «Arrivavano donazioni di tute, mascherine, dispositivi di protezione anche da Paesi esteri – racconta Pietro – Il compito mio e dei colleghi che erano con me era di dividere e preparare le spedizioni per le strutture sanitarie e socio sanitarie. Oltre che continuare a preparare le scorte alimentari da dividere sul territorio della diocesi».

Da un paio di settimane il magazzino della cooperativa Vesti Solidale ha riaperto i portoni e Pietro è tornato al suo posto, mentre il collega Giuseppe sta ancora dando supporto al magazzino Caritas.

«Non ho paura, più che altro la mia è preoccupazione. Non vorrei mettere in pericolo la mia famiglia – confida. – Ma sto molto attento, cerco di non stare vicino ad altre persone e tenere le giuste distanze».

Ha cambiato anche il modo di muoversi. «Da due mesi non uso più i mezzi pubblici e prendo la mia auto, anche se per me un costo maggiore. Ma per adesso mi adatto con l'auto».

 

dona

Come puoi leggere nelle nostre interviste, la maggior parte dei nostri operatori è al lavoro. In condizioni ancora più difficili. Nonostante la paura.
Lo facciamo perché crediamo che le persone di cui ci prendiamo cura abitualmente abbiano ancora più bisogno di noi, in questo periodo.

Ma anche noi abbiamo bisogno: questa situazione comporta una riorganizzazione continua, nuove spese, corsi di formazione, diversi strumenti.

Aiutaci ad aiutare, fai una donazione qui