2020 04 23 covid KabaMascherina, guanti, lista della spesa.
Ci sono alcune cose che fa fatica a decifrare, tra le cose da comprare, e allora chiede aiuto alla sua compagna di servizio.

«I formaggi, per esempio, ne avete così tanti tipi. O i tagli di carne. Per non parlare dei salumi!».
Sei musulmano, Kaba? «Sì – ride lui - ma ho lavorato come aiuto cuoco e lavapiatti in un ristorante, e quindi un po' ho imparato a distinguerli. Ci provo dal colore. Però è difficile!».

Kaba ha 25 anni, viene dalla Guinea Konakry ed è in attesa di una risposta alla sua richiesta di asilo. Intanto vive in un Centro di accoglienza straordinario gestito dalla nostra cooperativa Novo Millennio, all'interno del progetto di accoglienza in Brianza della Rete Bonvena.

 

Ha in tasca una laurea in ingegneria agroalimentare, ma qui si è rimesso subito a studiare. Il corso di italiano, ovviamente. Una formazione alla scuola agraria, e un tirocinio alla Procura di Monza. Poi il lavoro al ristorante e un periodo di volontariato alle Acli.

E poi è arrivato il virus.

La spesa non è per lui, ma per due anziani.

«Mi sembra giusto che queste persone, che nella loro vita hanno avuto la forza e ora non possono più fare le cose da soli, non possono uscire di casa, abbiano un aiuto. Un giorno, quando sarò vecchio toccherà a me avere bisogno: spero ci sia qualcuno più giovane ad aiutarmi».

Ci sono culture dove il rispetto per gli anziani è qualcosa di sacro. Così, quando sono scattate le ordinanze e si sono organizzati i primi servizi per portare la spesa a casa alle persone più fragili, lui ha voluto subito fare la sua parte.

«Ho cercato su internet come poter dare una mano. Ho chiamato il Comune che mi ha rimandato a una associazione locale. Ho fatto un colloquio e mi hanno affidato la consegna dei generi alimentari e farmaceutici. Mi danno anche i kit di mascherine e guanti».

Perché lo fai?
«Quando eravamo dall'altra parte del mare eravamo dei disperati. Cercavamo un aiuto. Gli italiani ce lo hanno dato, ci hanno accolto – gli pare semplice. – Io sono stato aiutato, e ora voglio aiutare io la gente».

Non ha paura del virus. Si dice contento di fare questo servizio. Non vuole che gli anziani corrano dei rischi.

Quello che vuole, soprattutto, è poter incontrare il loro sorriso.

 

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Lo facciamo perché crediamo che le persone di cui ci prendiamo cura abitualmente abbiano ancora più bisogno di noi, in questo periodo.

Ma anche noi abbiamo bisogno: questa situazione comporta una riorganizzazione continua, nuove spese, corsi di formazione, diversi strumenti.

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