2020 04 22 covid davide zanzi san luigiDavide, normalmente, fa il direttore, ma l'emergenza Covid l'ha catapultato in prima linea, al lavoro con le persone più fragili e tra le meno tutelate, perché non stanno in casa. Non possono stare in casa. Sono le persone senza dimora.

Di cambiamenti, Davide, negli ultimi anni ne ha affrontati parecchi.

Il primo ha riguardato la sua vita personale. Lui, che ha 45 anni, con la moglie e i 4 figli ha scelto una vita di condivisione e comunità: sono una delle “Famiglie Missionarie a Km 0”, abitano in oratorio e conducono una vita improntata alla solidarietà, all’accoglienza e alla fraternità.

E poi il lavoro. Lo scorso anno ha lasciato anche il vecchio lavoro per dedicarsi a tempo pieno al mondo del sociale. Grazie alla sua esperienza in ambito gestionale, Davide oggi è il direttore generale della nostra cooperativa San Luigi, a Varese, e si occupa del coordinamento e dell’organizzazione delle attività di accoglienza, housing sociale e doposcuola.

 

Ma con l'inizio dell'emergenza sanitaria, il lavoro alla cooperativa San Luigi è stato stravolto.

«Abbiamo preso tutti i provvedimenti necessari per garantire alle Comunità residenziali l’incolumità. Da inizio marzo le comunità sono chiuse: le attività all’esterno sono state sospese, gli operatori lavorano su turni da 15 giorni, con un successivo isolamento preventivo di ulteriori 15 giorni».

Intanto, anche la Casa della Carità di Varese, struttura che assicura il servizio di mensa e altri supporto per i senza dimora della città, e in cui è impegnata anche la San Luigi, ha dovuto ristrutturarsi. «C'è stata anche una riduzione del personale e del numero di volontari, così sono entrato in servizio per sostituirli. – spiega Davide – Ogni giorno sono a contatto con questa fascia di popolazione, che oltre ad avere già i suoi problemi, ora è anche particolarmente esposta al contagio. Non sono preoccupato per la mia incolumità ma per quella della mia famiglia».

La preoccupazione non per sé, ma per i propri familiari, è comune in chi lavora nei luoghi più a rischio, in questo periodo.

Ma in Davide, le preoccupazioni lasciano spazio anche alla sorpresa e alla speranza.

«Gli esseri umani sono animali adattabili, mi sorprendo della nostra capacità di ricreare una routine tranquillizzante in questo clima di emergenza – racconta. – Con l’emergenza Covid sono cadute molte barriere: nei piccoli gruppi, nei dormitori più piccoli, si può riscontrare la forza di fare squadra, un clima di condivisione e di familiarità. Ho la speranza che quello che sta succedendo ci lasci migliori, ci aiuti a pensarci in modo diverso, a spostare il baricentro delle nostre urgenze e priorità».

Per lui, «ognuno dei ragazzi che aiutiamo, con uno sguardo, con una frase, riesce a trasmetterti il ringraziamento per il lavoro svolto. Ecco, la cosa più bella di questo periodo è proprio poter leggere la gratitudine negli occhi di chi ho di fronte. Proprio questi sguardi danno senso alle mie scelte».

Davide si sta occupando anche dell’approvvigionamento degli alimenti e del coordinamento delle attività alla mensa della Casa della Carità di Varese.

Al momento la mensa sta preparando circa 140 pasti al giorno, distribuisce viveri da consumare in loco, viveri insacchettati da consumare altrove e consegna pasti a domicilio per le persone più in difficoltà:

«L’utenza della mensa è raddoppiata: da una media di 60-80 pasti al giorno prima, oggi siamo a 140; oltre a chi è già in carico al servizio, anziani e persone note ai servizi sociali, si registra l’accesso di nuovi utenti, precari, disoccupati e bisognosi in generale».

Uno dei nodi critici che la San Luigi, come molte realtà del sociale, sta vivendo è la diminuzione dei volontari, che in gran parte sono over 60.

«I volontari storici della Casa della Carità hanno un’età medio-alta, è stato quindi consigliato loro di restare a casa. Con l’emergenza, per fortuna, sono arrivati molti nuovi volontari giovani, speriamo restino anche dopo l’emergenza».

 

 

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Come puoi leggere nelle nostre interviste, la maggior parte dei nostri operatori è al lavoro. In condizioni ancora più difficili. Nonostante la paura.
Lo facciamo perché crediamo che le persone di cui ci prendiamo cura abitualmente abbiano ancora più bisogno di noi, in questo periodo.

Ma anche noi abbiamo bisogno: questa situazione comporta una riorganizzazione continua, nuove spese, corsi di formazione, diversi strumenti.

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