2020 04 24 covid Anna Mauri Lecco 1Le prime vittime di questa pandemia – lo sono state in termini di vite perse, ma anche di solitudine, e di scelte politiche che le hanno ulteriormente condannate – sono state le persone anziane.

C'è voluto del tempo prima che uscisse allo scoperto la fragilità di luoghi come le case di riposo. Ma, in un certo senso, anche ora, di anziani si continua a parlare sempre poco.

Soprattutto di quelli malati, di quelli che hanno bisogno di assistenza, di quelli che sono a casa.

Ad esempio, di tutti quelli di cui si prende cura la nostra cooperativa L'Arcobaleno nei servizi diurni che normalmente offre, a Lecco e provincia.

I centri diurni delle due strutture che gestisce a Lecco città – il Centro Laser e il il Polo Frassoni – sono stati chiusi pochi giorni dopo lo stop delle scuole in Lombardia, per tutelare sia la trentina di anziani che, complessivamente, nei due centri sono residenti, sia coloro che normalmente ne frequentano solo le attività diurne.

Anna è una educatrice e arteterapista, che in tempi normali, lavora nei due poli per anziani proponendo agli ospiti «laboratori, giochi di stimolazione cognitiva, attività di arteterapia, ma anche uscite e visite ai musei e a mostre», racconta.

Da qualche anno stanno portando avanti progetti intergenerazionali con bambini e ragazzi di scuole del territorio: con i ragazzi delle medie abbiamo degli incontri, organizzati in tutto l'anno, «dedicati alla trasmissione di saperi e racconti della vita di una volta, lo chiamiamo “La storia in diretta”. Ma ci sono anche incontri di cucina, di gioco... – spiega. – Con i più piccoli, bambini delle elementari, ma anche dell'asilo nido, ovviamente prevale la relazione e lo stare insieme».

La scuola secondaria con cui L'Arcobaleno ha attivato queste attività di relazione intergenerazionale è una scuola cosiddetta potenziata, con una importante presenza di ragazzi con disabilità. «Si vede che i ragazzini hanno una attenzione particolare alle fragilità, sono ragazzini abituati a dare attenzione ai compagni in difficoltà, e sono molto attenti anche con gli anziani, che soprattutto al centro Laser sono più compromessi anche cognitivamente».

Anna, nella quotidianità di questi lavori, sostiene e accompagna gli ospiti – giovani e anziani – nella loro relazione, nell'attività di «trovare il modo di aprire i cassetti chiusi di quell'armadio che è il nostro cervello: usiamo oggetti di una volta, o modi di dire, cose che aiutino gli anziani a risvegliare interessi e memoria».

Ma la serratura di quei cassetti, in questi mesi di lockdown, si sta arrugginendo, e si sta facendo sempre più fatica a trovare la chiave per aprirli.

«Da quando abbiamo chiuso i centri diurni, io ho l'incarico di monitorare i nostri ospiti a casa attraverso le telefonate. Ma non tutti – li conta Anna – Su una trentina di ospiti, io chiamo quei 15 che sono in grado di parlare un po' al telefono con me. Gli altri, vengono accuditi attraverso l'assistenza domiciliare».

Anna chiede come stanno, se hanno febbre, cos'hanno mangiato, a cosa stanno pensando. Lo chiede agli anziani, ma lo chiede anche ai familiari che sono con loro e li stanno accudendo.

Dall'altra parte della cornetta la fatica si sta facendo grande.

I caregiver, le persone che accudiscono questi anziani, sono prevalentemente figli o coniugi. Privati del sostegno delle ore del diurno, avere l'impegno di accudire i propri cari 24 ore su 24, chiusi in casa sta logorando le forze dei familiari. Soprattutto se, anche loro, non sono più giovanissimi.

«Cerco di fare sostegno psicologico anche a loro. Anche perché questi anziani, che in gran parte soffrono di una qualche forma di demenza, senza gli stimoli che mettiamo in campo al diurno stanno avendo dei peggioramenti evidenti. Io chiedo “ti ricordi chi sono io, tiricordi del centro?, qualcuno mi dice di no. Però mi raccontano cosa fanno, come stanno... parlare fa sempre bene».

Anna cerca di supportare i familiari anche con consigli su piccole attività da far fare, oppure suggerimenti per mantenere la serenità. Io dico sempre di non far vedere i telegiornali in questo periodo, anche chi non capisce tanto, percepisce l'angoscia.

Sono tutte persone fragili e preoccupate.

Una telefonata non cambia la vita. E sicuramente non l'allunga nemmeno, come insinuava uno spot di qualche decennio fa. «Però un po' di conforto può portarlo: è quello che cerco di dare con il mio lavoro».

 

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