Larcobaleno via dellisolaI dormitori – lo dice la parola – sono fatti per dormirci. E, normalmente, questi luoghi di accoglienza per persone in difficoltà aprono solo per la notte e chiudono in orari diurni.

È anche per questa caratteristica che, in quelle concitate settimane a cavallo tra febbraio e marzo, gli operatori del mondo del sociale hanno dovuto in tutta fretta rivedere le regole e il loro senso, tenendo bene in mente il fine: essere di aiuto agli ultimi della società.

E così anche a Lecco in via dell'Isola, dove la cooperativa L'Arcobaleno gestisce per conto del Comune una casa di accoglienza per uomini in difficoltà, hanno dovuto rivedere le regole, per affrontare l'emergenza sanitaria insieme ai loro ospiti.

 

«Ci è arrivata addosso di botto, come a tutti d'altronde, quando ancora pensavamo che questo virus fosse una cosa lontana, dall'altra parte del mondo – ricorda Edo Suppo, coordinatore del Centro di via dell'Isola. – In quel momento avevamo 31 uomini ospitati, tra uomini in difficoltà sociale, residenti in provincia di Lecco e in carico ai servizi sociali, e alcuni migranti, accolti nel sistema del Ministero per i titolari di protezione internazionale. Alcuni di loro sarebbero dovuti rimanere solo per un periodo di un mese, ma abbiamo bloccato tutti i nuovi ingressi e tutte le uscite, così siamo rimasti insieme fino alla fine di giugno».

Il Centro di via dell'Isola, solitamente, funziona con le regole dei dormitori: al mattino c'è l'obbligo di uscita per gli ospiti e si può rientrare solo in alcuni orari definiti, come il pranzo, e poi dal pomeriggio. L'obiettivo è incentivare le persone a impiegare il tempo della giornata nella ricerca di un lavoro o in esperienze di volontariato. «Con il famoso imperativo “restiamo a casa”, invece, anche qui le regole sono state riviste: abbiamo organizzato momenti di gruppo e di lavoro dentro la struttura, ci siamo divisi in squadrette per gestire le pulizie e i lavori di casa. È stato anche piacevole – racconta Edo – perché c'è stata la possibilità di conoscerci sotto alcuni lati che prima non vedevamo. Si è creata una vicinanza che normalmente non è possibile sperimentare».

Cerca di guarda il bicchiere mezzo pieno il coordinatore del centro, ma è consapevole che la situazione è stata tutt'altro che rosea.

«La prima preoccupazione che si è scatenata, dato che fortunatamente stavamo tutti bene, è stata quella economica. Chi stava lavorando con tirocinio o una borsa lavoro ha avuto subito la paura di non poter proseguire, di perdere la loro entrata così preziosa, per i ragazzi stranieri la disperazione di non poter mandare più a casa in aiuto alle famiglie quei quattro soldini che riuscivano a spedire.

È stato difficile anche far comprendere la rigidità della regola che non permetteva di uscire. E poi, c'è stato il lato psicologico della faccenda».

Anche gli operatori hanno cambiato i turni di presenza, in modo da ridurre il numero di accessi e il rischio di portare dentro il virus. Inizialmente si sono organizzati per garantire la presenza di un solo operatore, ma si è vista presto la necessità di essere almeno in due per sostenere le tante situazioni che rischiavano di esplodere come una bomba.

«Le richieste di colloqui e i momenti di confronto, in quelle prime settimane, erano triplicate. Sono persone che, soprattutto per quanto riguarda gli ospiti italiani, hanno dipendenze e disturbi psichici – spiega Edo, – e l'emergenza sanitaria ha esasperato situazioni già molto precarie, insomma ogni giorno ce n'era una. Abbiamo avuto anche una giornata particolarmente dura quando uno degli uomini ha avuto uno scompenso psichico e si è buttato dalla finestra. Fortunatamente non si è fatto niente, ma è un episodio che racconta quante difficoltà ci siano state».

Difficoltà nascoste dentro le mura dove le vite sono complesse, dove non c'era quella normalità quotidiana fatta di torte e pane nel forno, che in tanti hanno narrato.

Oggi la vita è migliorata anche qui, ci raccontano.

«Ci sentiamo più tranquilli, anche se sappiamo che bisogna mantenere alta l'attenzione, sempre i soliti mascherina, guanti, igienizzante, termometro, perché un nuovo stop potrebbe essere dietro l'angolo, ma chi aveva un lavoro ha potuto riprendere e questo ha contribuito a un clima più sereno. Quello che ci dispiace, come operatori del sociale, – si rammarica – è dover rifiutare alcune persone che sono in mezzo alla strada che ci vengono segnalate, perché ancora non abbiamo posti sufficienti per garantire la quarantena e poi l'accoglienza in sicurezza».

La lista d'attesa di chi aspetta un posto letto sotto a un tetto vero si sta allungando: «chi vive in situazioni precarie non ha di sicuro migliorato la sua posizione in questo periodo, anzi, e avendo oggi meno posti nelle strutture di accoglienza, c'è ancora più gente che aspetta.
Là fuori la gente ha bisogno, e ci dispiace non riuscire a essere d'aiuto».