CPA Alda MeriniC'è una casa ad Appiano Gentile, al limitare del verde della Pinetina, che porta il nome di Alda Merini, la poetessa milanese che nella sua vita ha convissuto con la malattia mentale, facendo anche l'esperienza – pesantissima – dei manicomi.
La comunità a lei dedicata è, ovviamente, molto diversa dalle strutture con cui ha avuto a che fare lei. Intanto, è proprio una casa.

Si tratta di una comunità psichiatrica ad alta protezione e ad alta assistenza, gestita dalla nostra cooperativa Intrecci, destinata all'accoglienza di ospiti che hanno patologie psichiatriche molto varie.

 

«La nostra caratteristica specifica, che ci distingue dalle altre comunità psichiatriche, è proprio la varietà – spiega Emanuele, uno degli educatori che lavorano alla Alda Merini. – Ci siamo trovati, per diverse ragioni burocratiche e geografiche, ad accogliere molte persone dimesse dagli ex OPG (quelli che erano gli ospedali psichiatrici giudiziari, chiusi da una legge del 2014). La maggior parte degli ospiti, quindi, è qui con prescrizioni e restrizioni imposte dal magistrato: si va dagli arresti domiciliari ai casi di persone assolte dai reati di cui erano imputati per “vizio di mente”, a quelli a cui è stato riconosciuto un certo grado di “pericolosità sociale” che va rivalutata periodicamente».

Ci spiegano gli educatori che qui, alla Alda Merini, hanno ospiti molto diversi tra loro. Diversi per età, diversi per patologia, diversi per gravità. È per questo che il loro lavoro è più difficile. Perché spesso si trovano a dover seguire regole differenti a seconda dell'ospite.

«E visto che ognuno è così diverso dall'altro, non possiamo adattare loro alla comunità: è la comunità che si adatta alle persone. Quello che cerchiamo di fare è costruire una casa intorno a loro – racconta Lavinia, un'altra educatrice. – Il nostro obiettivo è che le persone possano vivere il loro periodo qui, un periodo che non sanno quanto durerà, nel miglior modo possibile insieme agli altri».

Per ogni ospite è pensato e progettato un percorso riabilitativo, volto a lavorare su obiettivi specifici: per i più giovani si lavora per arrivare all'autonomia, per altri che ormai vivono una condizione di malattia cronica ci si dà obiettivi più piccoli o volti a soddisfare particolari esigenze.

Il mondo di Mario, ad esempio, ruota intorno alla boxe: assicurarsgli uno spazio per fare qualche tiro al sacco è fondamentale come l'aria che respira.

Per Giovanna, la più anziana del gruppo, che ha passato i 76 anni, poter andare in biblioteca e tornare con libri o dvd da proporre agli altri in una sorta di cineforum autogestito è un vero e proprio spazio di libertà.

Matteo ha 35 anni e la scorsa settimana ha fatto una conquista grandissima: «Ho deciso che sono autonomo e posso vestirmi da solo». Una dichiarazione inaspettata che ha sorpreso gli educatori, eppure da quel giorno, prendendosi tutto il tempo che gli serve, lui si presenta nella sala della colazione lavato e vestito di tutto punto. Completamente da solo.

C'è chi va regolarmente in piscina o in palestra, chi partecipa al laboratorio di cucina e di musicoterapia, chi invece si limita alle gite in gruppo o al giro al mercato del martedì.
O alla colazione al bar la domenica mattina, tutti insieme, dove ormai li conoscono e iniziano a sentirli parte del paese.

«Cerchiamo di mantenere una gestione che riconosca la diversità. A volte c'è la tentazione di dire: “se faccio una cosa con te, allora la devo fare con tutti”. E invece, per la nostra situazione, questo non è il modo migliore di agire – continua Emanuele – Le scelte devono essere coerenti con il percorso di cura di ciascuno, che è diverso e singolare».