2020 08 covid stella polare 1«Non abbiamo mai smesso di prenderci cura, ma alla cura abbiamo dovuto aggiungere la sicurezza».

Sintetizza così i mesi alle spalle, e questi estivi in cui sono ancora immersi, Daniela Ghilotti, terapista della riabilitazione psichiatrica dei servizi di salute mentale della cooperativa Novo Millennio.

Al centro diurno Stellapolare, dove prima di febbraio arrivavano per le attività dalle 18 alle 25 persone ogni giorno, non hanno mai chiuso. Quando si ha a che fare con persone fragili e con famiglie che hanno bisogno di sostegno, non si può semplicemente smettere di lavorare e stare ad aspettare. Bisogna inventarsi un modo nuovo, con creatività, e continuare.

 

Ovviamente in sicurezza, e non è stato semplice. «Abbiamo diminuito il numero sia dei pazienti che potevano accedere al centro, sia degli operatori. Ma tutti quelli che restavano a casa non sono stati lasciati soli: li sentivamo regolarmente al telefono, abbiamo attivato gruppi su piattaforme online come zoom o skype. La cosa interessante è che siamo riusciti davvero ad arrivare a tutti».

Con scopi diversi. Durante il lockdown, anche tra chi aveva il permesso di recarsi al diurno, soltanto sei persone hanno continuato a frequentare. Chi era a casa, però, ha potuto continuare a lavorare sul proprio progetto riabilitativo. Gli utenti di Stellapolare sono uomini e donne, ci sono i “giovani”, tra i 18 e i 35 anni, e i “senior”, chi ha più di 40 anni. Soffrono di diverse patologie psichiche, come la schizofrenia o i disturbi di personalità.

«Siamo riusciti a portare avanti le attività di arteterapia, la webradio Radio Stella, il gruppo di teatro ha continuato a lavorare girando dei video, insomma siamo passati dal teatro al cinema, abbiamo persino fatto giardinaggio. Alcuni utenti si sono organizzati tra loro per fare ginnastica scambiandosi tutorial, altri si collegavano semplicemente per i classici colloqui individuali o per il gruppo dei giovani sulla gestione delle emozioni».

Anche se il periodo avrebbe potuto essere destabilizzante, hanno risposto tutti in modo inaspettato. «Molti ci hanno sorpreso perché l'hanno superato con una tranquillità che non immaginavamo. Forse ha contato il fatto di essere comunque in casa, in un luogo familiare e protetto».

È stata più difficile, forse, la riapertura, soprattutto per le famiglie. «I nostri “ragazzi” spesso fremevano per tornare, non vedevano l'ora di riprendere la loro vita con i compagni del diurno e delle attività, mentre i genitori avevano paura a farli uscire di casa. La mediazione con i familiari è stata complessa e sofferta».

Il nuovo centro diurno ha cominciato a prendere forma con la cosiddetta “fase 2”, alla lenta riapertura dell'Italia al 4 maggio. Non funziona più su orario giornaliero, ma su due fasce part time: 12 persone al mattino terminando con il pranzo a mezzogiorno, altri 12 arrivano per il secondo turno del pranzo e restano per il pomeriggio. Alcuni hanno anche dovuto diminuire il numeri dei giorni di frequenza settimanale.

«Non so se questa nuova organizzazione sarà per sempre, ora mi è difficile immaginare di poter tornare a breve com'eravamo prima. Di sicuro andremo avanti così almeno per tutto l'inverno. Poi si vedrà».