2020 04 covid albachiaraAll'inizio della “fase 2”, quando pian piano si poteva ricominciare a uscire, molti ne hanno improvvisamente avuto paura. Di fronte a un nemico invisibile, che forse aspettava fuori dalle mura protettive di casa, alcune persone hanno preferito continuare a stare in casa, al sicuro.
L'hanno chiamata “sindrome da nido”.

Anche alcune delle ragazze ospiti della comunità Albachiara, hanno dovuto fare i conti con la sindrome da nido.

Albachiara è una comunità gestita dalla cooperativa Novo Millennio che a Monza accoglie otto ragazze adolescenti, tra i 14 e i 18 anni, che sono state allontanate dalle proprie famiglie dove vivevano situazioni difficili e problematiche.

«Il lockdown, in fondo, non lo abbiamo vissuto male. Con il senno di poi possiamo dire che, pur tra alti e bassi, è andata meno peggio di quel che avremmo potuto prevedere» – commenta Roberta Palvarini, che è la coordinatrice della comunità Albachiara.

Oltre a lei, l'equipe è formata da altri cinque educatori. - «Il periodo è stato lungo e abbiamo attraversato tutti diverse fasi: dallo straniamento all'incredulità iniziale, le ragazze hanno capito presto che la situazione era seria e si sono organizzate le giornate. C'è stata chi ha cucinato, chi si è data al disegno, chi ha fatto da personal trainer alle altre, e ovviamente la scuola.
Più tardi è subentrata la stanchezza, e allora sì ci sono stati gli scleri, ma anche su quelli si sono date i turni: ne aveva diritto una ragazza al giorno e poi non si andava a letto arrabbiate, “altrimenti non ce la caviamo più”, si diceva».

Anche tra gli educatori, racconta Roberta, si sono “passati il testimone” delle crisi di stanchezza. «Chi era al limite lo esplicitava e gli si dava tregua, a turno. Lavoriamo insieme da tanto e c'è molto affiatamento». Gli educatori si sono organizzati con turni da 24 ore e poi quattro giorni di pausa, con l'accordo che a casa, oltre alla propria famiglia, non si usciva e non si vedeva nessuno.

Le ragazze, tra scuola sospesa, lavori precari e tirocini saltati, sono sempre state in comunità, tranne una delle più grandi che ha continuato a lavorare. «Per tutelare tutte, a lei abbiamo messo a disposizione un piccolo appartamento nello stesso cortile e, quando tornava dal lavoro, la ragazza ha vissuto lì il lockdown. Ovviamente eravamo presenti a distanza, e anche con il supporto ai pasti e alle esigenze quotidiane». E, per gli educatori, le onnipresenti mascherine.

Le ragazze, invece, le mascherine hanno iniziato a metterle quando «pian piano si poteva ricominciare a uscire. Una mezz'oretta di libertà per andare a prendere il pane, un incontro con i genitori in giardino, cose così. E allora anche loro hanno iniziato a tenerle in comunità. Ma alcune hanno fatto fatica a uscire».

Oggi le cose sono di nuovo cambiate. «Chi ha potuto è tornata al lavoro, le più piccole iniziano a frequentare un centro estivo, ciascuna esce per i suoi incontri, si inizia a pensare alle iscrizioni per settembre e c'è una parvenza di normalità».

Anche se le cose, ne è convinta Roberta, non torneranno proprio come prima.

«Le ragazze sono cresciute molto in questo periodo. Sono state responsabili, nella vita quotidiana hanno apprezzato di avere dei momenti di intimità, hanno fatto crescere le relazioni personali tra di loro. E poi hanno saputo aiutarsi e sostenersi, si sono accorte che fare ciascuna il proprio pezzetto è bello, hanno persino mitigato quell'onnipotenza tipica degli adolescenti, secondo cui “conto solo io” e “tanto le cose brutte capitano solo agli altri”».

Dall'altra parte hanno avuto molto tempo per fare i conti con le proprie emozioni – la paura, la tristezza, la lontananza, la contentezza di essere sempre insieme e persino l'insofferenza di essere sempre insieme – e anche pensieri e consapevolezze che hanno segnato delle ferite e che sicuramente lasceranno delle cicatrici.

«Quelle della solitudine e delle amicizie interrotte, soprattutto – spiega Roberta – Non vedendosi più, certe amicizie più fragili sono state falciate, e alcune di loro a settembre si ritroveranno sole e dovranno veramente ricominciare da capo. Questa lontananza forzata ha davvero tolto il velo su alcuni rapporti, con gli amici ma anche con alcuni familiari: si è visto chi ti vuole veramente bene, e le ragazze hanno dovuto fare i conti con questo. Il segno di queste ferite resterà».