installazione 1Luisa è una di quelle donne che non faticheremmo a definire “normali”: un lavoro, un matrimonio, un figlio, poi la separazione dal marito, come può accadere a chiunque. «Tra l'altro una separazione consensuale, nessuna difficoltà particolare. A un certo punto si innamora e ha per un breve periodo una relazione, poi la storia finisce e lei torna alla sua vita quotidiana, alla solita routine».

Passa parecchio tempo prima che Luisa inizi a stare male, e all'ospedale che la prendono in cura faticano a trovare una causa e un nome alla sua malattia. «Proprio per il fatto che Luisa avesse una vita così normale, ci è voluto un po' perché i medici si insospettissero e le facessero il test Hiv: non era una persona con quei cosiddetti comportamenti rischio, tranne quell'unica avventura della sua vita. È anche per questo che raccontiamo che l'Aids è una malattia molto democratica, nessuno deve sentirsi al sicuro».

A raccontare questa storia è Paola Riccardi, coordinatrice del centro Teresa Gabrieli, la comunità alloggio per malati di Aids aperta a Milano da Caritas Ambrosiana e dal Consorzio Farsi Prossimo e oggi gestita dalla cooperativa Filo di Arianna, che in questi giorni celebra il suo 30esimo anniversario.

 

In occasione dell'anniversario, il centro Gabrieli apre le sue porte il 30 novembre, dalle 15 alle 19, per una mostra-installazione dedicata alle persone che qui hanno vissuto un tratto della loro vita, segnati dall'infezione Hiv e dalla malattia (via Adolfo Consolini 3, Milano – quartiere Gallaratese).

Nella installazione la storia di Luisa è rappresentata con una borsetta con dei mazzi di chiave dipinti di rosso, simbolo di quella 'vita normale'. Sono invece delle scarpe col tacco alto e una trousse di trucchi a raccontare la storia di Federica.

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«Una donna molto bella, che nella sua vita aveva puntato tutto sulla perfezione del suo corpo. Ma era anche una donna terribilmente fragile, e alla fine anche il suo corpo le si è ritorto contro – ricorda Paola. – La tossicodipendenza, l'anoressia e alla fine l'Aids le hanno mangiato la sua bellezza. Al Gabrieli ha portato la sua forte femminilità, ma quando si guardava allo specchio non si ritrovava più, non sapeva più se valeva qualcosa, non vedeva più tutto ciò che si era impegnata a essere». È andata e venuta più volte, ogni volta la disperazione la riportava a farsi e a scappare. E alla fine non è più tornata.

Torna invece spesso Luisa, dedicando qualche ora di volontariato a quella che è stata la sua casa per il periodo più duro.

Come lei, ci sono altri volontari: persone molto diverse, come le molte signore anziane del quartiere che fanno i turni per venire a cucinare, «noi praticamente a pranzo non cuciniamo mai, c'è sempre qualcuno che lo fa per noi», raccontano.
Ci sono gli uomini che si occupano di piccoli lavoretti e commissioni, e c'è anche una coppia che dedica del tempo a modo suo: lei, insegnante di yoga, ha proposto agli ospiti un percorso personalizzato di meditazione, lui, che di mestiere fa il manager, viene spesso al mattino per fare colazione insieme.

Oggi al Gabrieli abitano dieci persone, altre vengono un paio di giorni a settimana per frequentare attività e laboratori diurni.
Qualcuno è rimasto così legato a questa casa che ogni tanto torna qui a riposare: «C'è un ex ospite che quando è in malattia dà come indirizzo il nostro, e quando è in ferie viene in vacanza qui e si accampa sul divano».

 

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La storia del centro Teresa Gabrieli

Il centro Teresa Gabrieli apre nel 1989, nel pieno dell'epidemia di Aids che avevano i reparti pieni di malati senza alcuna possibilità di sopravvivenza: fu allora che Caritas decise di creare un posto che potesse essere casa – l'ultima – per quelle persone che in quel momento erano “gli ultimi degli ultimi”, perché oltre a essere portatori di una malattia che terrorizzava, spesso erano persone che vivevano in strada, giovani tossicodipendenti, e che avevano già tagliato i ponti da tempo con le famiglie.

installazione 2Prende il nome da suor Teresa Gabrieli, la cofondatrice delle congregazione di religiose, le suore Poverelle, che misero a disposizione gli spazi, scegliendo di aprire le porte di casa, in un momento in cui lo stigma sociale sulla malattia era molto forte.

Il Gabrieli aprì per dare una famiglia a questi scarti dell'umanità, una famiglia che fosse lì intorno quando lasciavano la vita. «I primi dieci anni sono stati un'ecatombe – ricorda Laura Rancilio, responsabile area Aids di Caritas Ambrosiana – il Gabrieli per molti fu l'ultima casa, ma anche la possibilità di riannodare rapporti che si erano spezzati».

Le cose iniziarono a cambiare, al Gabrieli come in tutto il mondo, intorno al 1996, quando entrarono in commercio le terapie farmacologiche antiretrovirali più moderne, che finalmente iniziavano a funzionare bene. 
«Quelli sono stati gli anni della “sindrome di Lazzaro”: persone che avevano addosso una sentenza di morte, improvvisamente iniziavano a stare molto meglio, potevano addirittura permettersi di progettare un futuro, molti potevano tornare a casa. Sono stati gli anni della progettazione, della ricostruzione di queste vite e della ricucita dei legami» – Rancilio ripercorre il decennio delle speranze e dei progetti.

Oggi, il terzo decennio, le cose sono ancora diverse. Lo chiamano il decennio della cronicità.
«Chi si scopre malato in fase iniziale dell'infezione e si cura bene fa una vita praticamente normale, non arriva più nemmeno alle case alloggio. Qui continuiamo ad accogliere chi invece scopre la malattia in stadio avanzato, e quindi l'Aids ha già intaccato in maniera pesante il corpo e spesso anche la mente, oppure chi oltre alla malattia vive altre fragilità sociali, è solo, ha anche altre difficoltà».