Hanno nomi come Cedro, Mandorlo, Betulla o Ginepro.

Si chiamano come degli alberi, ma sono case.

«Case vere e proprie, appartamenti dove persone che hanno un disagio psichico possono vivere una vita il più possibile “normale”. Case che permettono a persone, che da sole non riescono a farcela, di trovare con l'aiuto di un operatore una chiave di lavoro per di migliorare la propria vita, e magari poter poi proseguire con le proprie gambe».

Così ne parla Rita, educatrice della Filo di Arianna, una delle cooperative del Consorzio Farsi Prossimo, che di appartamenti così, a partire dal 2008, ne ha aperti sette, dislocati tra Milano e hinterland.

CHIAVII destinatari di questi appartamenti, che tecnicamente si chiamano “di residenzialità leggera”, sono persone che soffrono di una malattia psichica ma per cui un ricovero in comunità sarebbe troppo: di solito si tratta di giovani, per aiutarli a impostare una vita il più possibile autonoma prima che la malattia cronicizzi, oppure persone che hanno già compiuto un percorso riabilitativo e stanno camminando verso l'indipendenza. O ancora, pazienti che hanno trovato un loro equilibrio dal punto di vista clinico e devono essere aiutati a mantenerlo.

 

In ciascuna di queste case vivono tre o quattro persone insieme, che sono in grado di gestirsi da sole nelle piccole cose quotidiane. Ogni giorno, per qualche ora, passa un educatore che li aiuta dove c'è bisogno. La domenica e durante le notti invece se la cavano da sole.

«Il nostro lavoro è aiutarli a imparare ad avere cura di sé e degli ambienti, a gestire i propri soldi, a fare la spesa, a farsi da mangiare in modo semplice ma sano», racconta ancora Rita. L'obiettivo è che possano arrivare a fare tutte queste cose da soli. E c'è chi ci riesce: qualcuno ha ottenuto una casa popolare ed è andato a vivere da solo, in una casa tutta propria.

 

Tonino oggi ha la sua casa, riesce a gestirsi la propria vita, i propri risparmi e anche la malattia. Certo, sempre prendendo i propri farmaci e sempre seguito dal suo psichiatra di riferimento, che lo ha incoraggiato quando è stato il momento di lasciare il nido e volare con le proprie risorse, ma riesce a fare una vita quasi normale, sicuramente autonoma.

 

Joseph ha 25 anni, abita a Casa Betulla e si sveglia ogni mattina prima delle 5. Esce presto di casa, prende l'autobus e va al lavoro. Tutte le mattine, da solo.

«Lavoro per una cooperativa sociale, io mi occupo della raccolta di imballaggi e rifiuti per una grossa catena di supermercati. Per me questo lavoro è importantissimo, perché è il primo passo per tornare a farcela da solo – racconta. In passato ho avuto problemi di salute e sono finito in una comunità. Dopo qualche anno sono migliorato, prendo ancora le mie medicine, ma intanto ho imparato a vivere da solo in questo appartamento. Qui mi aiutano ancora un po', l'educatore mi accompagna a fare la spesa, oppure nei vari uffici, all'Inps o all'Asl quando devo fare dei documenti». 

In casa invece si arrangia: «Cucino da solo, sistemo le mie cose da solo. Con la lavatrice invece a volte ho difficoltà: alcune volte ci riesco, altre devo aspettare l'operatore della cooperativa che mi aiuti ad avviarla».

Joseph è arrivato in Italia da solo, la sua famiglia è rimasta al suo Paese, in Africa. Ma ha trovato qualcuno che lo ha preso a cuore: un volontario della comunità si presenta da lui tutti i sabati, e insieme si concedono una biciclettata al Parco Nord. Alla sera dell'ultimo dell'anno la famiglia del volontario lo ha invitato al Cenone a casa loro.

 

«Non so se arriverò a vivere completamente da solo, non so se ce la farò mai senza le medicine, ma c'è una cosa a cui tengo tanto, oltre al mio lavoro: voglio riuscire a tornare a scuola. Questa è la cosa che mi interessa di più».

 

 

Questo articolo è stato pubblicato anche sul numero di giugno 2016 di Scarp de' tenis