convegno farsi prossimo

Novanta e trenta.

Sono i due anniversari che la diocesi di Milano e il mondo di Caritas Ambrosiana ricordano in questi giorni: 90 anni dalla nascita del cardinale Carlo Maria Martini e 30 dal convegno “Farsi prossimo”, un evento di grandi riflessioni che diede origine a una vera e propria rivoluzione nel mondo della carità, e di conseguenza del sistema di welfare milanese.

Prima di allora, la carità era assistenzialismo.
Dopo, si iniziò a parlare di osservazione capillare e territoriale delle povertà, a prestare attenzione ai cosiddetti “bisogni emergenti”, a mettere in campo servizi nuovi e all'avanguardia.
In pratica, tutto il sistema Caritas che conosciamo oggi, con i centri di ascolto, i servizi divisi per bisogni, le ricerche, le cooperative, e il Consorzio che le organizza e le raccoglie.

Carità non era più elemosina, è diventato stile di vita.

 

La rivoluzione nelle parrocchie

Giovanni Carrara oggi è il presidente del Consorzio Farsi Prossimo, ma allora era “solo” un giovane dell'oratorio, come tanti.giovanni 1

Quaranta commissioni durante il convegno lavorarono sui temi della pace, della giustizia, del lavoro, dell’impegno politico dei cattolici, dell’ambiente, vennero affrontate questioni che iniziavano allora a diventare rilevanti nella nostra società, a partire dal fenomeno dell'immigrazione. E questo ebbe ripercussioni sulla vita delle parrocchie.

«Quando ci fu il convegno - racconta oggi Giovanni - io ero al mio primo anno di università e facevo parte del gruppo giovanile parrocchiale. A partire dal convegno anche nella mia parrocchia, San Pio V a Milano, il centro di ascolto parrocchiale, che come altrove esisteva solo nel senso tradizionale di distribuzione di aiuti, visse un'evoluzione e divenne luogo di osservazione del territorio, ascolto dei bisogni e coordinamento delle varie attività di volontariato esistenti.
Noi giovani, da parte nostra, organizzammo la prima scuola parrocchiale di italiano per stranieri.
Nel decanato vicino al nostro nacque invece l'esperienza della Grangia di Monluè – anche quella su impulso di Martini – una delle primissime esperienze di accoglienza di immigrati, rifugiati e richiedenti asilo».

Il suo approdo in Caritas avvenne, come per molti giovani della sua generazione, con il servizio civile.
Fu assegnato come obiettore a Casa Marta Larcher, esperienza nata all'interno del decanato di Porta Venezia per accogliere, in un piccolo appartamento da 7 posti, più due dedicati agli operatori, alcuni richiedenti asilo.

«Dopo il convegno nacquero, su impulso prima del direttore monsignor Bazzari e poi don Virginio Colmegna, quelli che ancora oggi chiamiamo “servizi segno”, servizi sperimentali dedicati a bisogni emergenti. Uno era appunto Casa Marta Larcher, con attenzione ai rifugiati e richiedenti asilo, gli altri due furono il Centro Isidoro Meschi nel Lecchese e il Centro Teresa Gabrieli a Milano, entrambi per persone malate di Aids.
L'intenzione era essere innovatori e lungimiranti, sia nel vedere quali nuove attenzioni fossero necessarie nella società che cambiava, sia nel tipo di risposte che si dava a questi bisogni».

Evidentemente lo furono, se tutti e tre questi servizi oggi esistono ancora. Oggi Casa Marta Larcher fa capo alla cooperativa Farsi Prossimo, il Centro Gabrieli alla coop Filo di Arianna e il Beschi alla cooperativa che ha sede a Lecco, L'Arcobaleno.

 

La nascita delle cooperative

La cooperativa Farsi Prossimo fu la prima a nascere, nel 1993, per gestire i primi di questi servizi. Giovanni fu chiamato a presiedere la neonata cooperativa, che portava con sé una ventina di operatori Caritas. Nel primo Cda c'erano personaggi come Roberto Rambaldi e Marco Granelli, oggi assessore al Comune di Milano.

L'altra linea di lavoro – ci racconta Giovanni ripercorrendo tutto il percorso – fu quella del legame con il territorio.
«Accadde che molti servizi o esperienze nate nelle parrocchie crescessero fino a necessitare un intervento professionale, e che le comunità locali chiedessero aiuto a Caritas Ambrosiana. Ma per non concentrare tutto al centro, la scelta fu di costituire cooperative che rimanessero con le sedi decentrate sul vasto territorio della diocesi milanese».
Fu così che nacquero, negli anni, molte delle cooperative che oggi conosciamo: L'Arcobaleno a Lecco, Intrecci a Rho, Novo Millennio a Monza...

Ma, accanto al bisogno di servizi, c'era anche la necessità di accompagnare le persone a trovare un'occupazione. E, se non era possibile nel mercato del lavoro, il lavoro l'avrebbero creato. Sono nate così le cooperative sociali di tipo B, e cioè con la finalità esplicita di creare impiego per persone socialmente svantaggiate.

Attualmente le cooperative di tipo B appartenenti al Consorzio sono tre: la Vesti Solidale, Sammamet, e Detto Fatto, contano 118 lavoratori cosiddetti svantaggiati e sono impegnate in settori diversissimi: dall'assistenza clienti nei settori della cultura, trasporto pubblico, turismo, ai servizi di custodia e pulizia,da quelli di giardinaggio e manutenzione del verde ai trasporti e traslochi, fino alla raccolta differenziata altamente specializzata di abiti usati, toner, cellulari e rifiuti elettronici, punta di diamante di questo sistema.

 

Consorzio oggi: diamo i numeri, accogliamo persone

Oggi il Consorzio Farsi Prossimo raccoglie sotto il suo ombrello 11 cooperative, oltre 15mila lavoratori e 31mila persone utenti dei tanti servizi messi in campo: il nostro bilancio sociale conta 5.329 adulti in difficoltà, 23 malati di Aids, 4.219 anziani, 67 disabili fisici, 1.155 persone in famiglie fragili, 9.298 giovani e adolescenti, 2.337 emarginati gravi, 179 bambini, 859 malati mentali, 7.651 stranieri e rifugiati, 14 vittime di tratta.

Diamo i numeri, ma per noi sono sempre, prima di tutto, persone.

 

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