papa food Da qualche anno la cooperativa Farsi Prossimo ha attivato, nel centro di via Sammartini a Milano per donne rifugiate e richiedenti asilo, M'ama Food: prima un laboratorio e poi una vera e propria impresa sociale.
Si tratta di uncatering dal mondo” e per le donne che vi lavorano è una bella occasione per riprendere in mano la propria vita e inserirsi in questa loro nuova società con un lavoro.

E ora queste donne aprono il loro spazio, la loro occasione, anche agli uomini.

Elena Romano, la coordinatrice di M'ama food, ha raccontato questa esperienza per il mensile ComboniFem.

 

Storie di riscatto e inclusione... anche al maschile

di Elena Romano

 

Juana vive al centro di accoglienza con i suoi due figli. Il marito, Gonzales, è ospite in un centro maschile della stessa città.
Loro sono peruviani, e da qualche tempo hanno finalmente ottenuto l'asilo politico.

I due erano studenti universitari quando sono stati arrestati, nel loro paese,  durante un'incursione della polizia. Accusa di sovversione: otto anni di prigionia per lui e cinque per lei.
Poi sono stati rilasciati e dichiarati innocenti.

Quando vennero arrestati avevano un figlio di pochi mesi, allevato dai nonni materni. Ancora oggi non riesce a riconoscerli come genitori, troppa l'estraneità.

Sono arrivati in Italia e hanno ottenuto lo status di rifugiati.
Disorientati ma fiduciosi nel futuro, hanno coltivato il desiderio di rifarsi una vita.
Sono una coppia affiatata e ora hanno altri due figli.

Inizia qui l'incontro con M'ama food, dove a Juana viene proposto un tirocinio lavorativo e una collaborazione che si conciliasse con le esigenze familiari.
Il marito diventa il primo uomo inserito nel nostro gruppo di lavoro, in pratica, il primo "papa food". Si occupa della gestione delle merci.

Con M'ama food hanno ritrovato la fiducia nelle persone, chiarezza e possibilità di espressione.
Attraverso il lavoro di gruppo, l'elaborazione e il perseguimento di obiettivi comuni, si è attenuata anche la loro diffidenza verso gli altri, nata da quel giorno in università che ha sconvolto e segnato la loro vita per sempre.

 

Sayd è il secondo "papa food": magazziniere e anche cameriere.

Nomade tuareg del Niger, è stato venduto molto piccolo dai suoi genitori per lavorare nelle miniere.

Per insinuarsi nei cunicoli e cercare l'oro bisogna essere piccoli. Sayd ha ancora degli incubi e dei crolli.
Al mattino veniva data a tutti i piccoli minatori una cavigliera siglata, da restituire poi la sera. E così facevano il conto dei morti a causa dei crolli: la differenza tra il numero di cavigliere consegnate al mattino e quello delle cavigliere restituite a fine giornata.

Decise di scappare da quella schiavitù, e di cominciare da un'altra vita.
Raggiunse l'Italia, con altre duecento persone, in una barca che doveva contenerne cinquanta. A qualcuno veniva dato un coltello, a un altro una catena di ferro e il compito di uccidere che entrasse in panico.

Lo abbiamo incontrato in un coro. La sua anima artistica lo aveva portato a cercare occasioni di socializzazione espressiva.
È stato un bell'incontro e l'inizio di una collaborazione con alti e bassi, che fino a oggi ha consentito a Sayd di poter vivere. Alti e bassi, perché spostarsi fa parte della sua cultura e origine nomade.

 

Leggi qui tutto il dossier che ComboniFem ha dedicato al progetto M'ama Food