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FP il semeUn anno difficile, anche nella gestione quotidiana. Tra le tante difficoltà che molti di noi si sono trovati a vivere, dall'inizio della pandemia, anche quella molto pratica e organizzativa di vivere isolamenti e quarantene in case “normali”, spesso appartamenti dove non avere contatti con gli altri familiari è quasi impossibile.
Pensate a come deve essere stato vivere questi periodi nelle tante comunità che accolgono persone in difficoltà: che siano alloggi di accoglienza per persone senza dimora, comunità per chi soffre di malattie psichiatriche, o comunità di minori.
Spesso, in quest'anno, abbiamo provato a raccontarvelo attraverso le voci dei nostri operatori.

È stato un anno complesso anche nella comunità Il Seme, gestita dalla cooperativa Farsi Prossimo in zona Piola a Milano, in cui oggi vivono dieci ragazzi – tra i 15 e i 18 anni – immigrati in Italia da soli, senza una famiglia. Sono quei ragazzi che spesso vengono definiti MSNA: minori stranieri non accompagnati.

Vengono dal Bangladesh, dal Marocco, dalla Tunisia dalla Costa d'Avorio, dal Pakistan e alcuni in particolare dalla regione del Kashmir: «ci tengono a specificarlo», racconta Sara Bramani, educatrice alla comunità.

«Sono un gruppo molto variegato, con lingue diverse, usi e modelli culturali diversi, che però hanno in comune il desiderio di inserirsi nel nostro Paese, ovviamente imparare la lingua e poi trovare un lavoro, che consenta loro di sostenersi autonomamente e aiutare le famiglie di provenienza».

«Dall'altra c'è il quotidiano: questa è una vera a propria casa, quindi li aiutiamo a crescere anche nell'aspetto della cura di sé, l'igiene personale, la cura della salute, ma anche degli spazi e della casa in cui vivono. Noi lavoriamo puntando alla loro autonomia, perché sappiano mantenersi in questo contesto, la città di Milano o il suo territorio, quando finirà il loro periodo di accoglienza. – racconta Sara. – È vero che i nostri ragazzi sono giovani, ma hanno alle spalle esperienze molto forti, a partire dal viaggio che li ha portati qui e che a volte è stato davvero lungo, difficile e anche traumatico. Quindi a differenza dei loro coetanei italiani hanno una maturità e una esperienza maggiore».Con i ragazzi accolti nella comunità si lavora in due direzioni: da una parte c'è la dimensione burocratica, dei documenti, l'apprendimento della lingua, l'inserimento in percorsi di formazione che consentano di acquisire competenze professionali e imparare un mestiere, fino all'accompagnamento a trovare un lavoro attraverso tirocini.

Con la comunità collaborano alcuni volontari che affiancano i ragazzi anche in esperienze diverse, sociali e di tempo libero, che li accompagnano nella crescita e sono per loro anche riferimenti relazionali e di amicizia. Per quanto maturi, sono pur sempre adolescenti, nel pieno delle loro energie e senza una famiglia accanto.

E anche per questo è stato un anno duro, «soprattutto quando si è trattato di contenere o negare loro i movimenti fuori di casa, nel lockdown o nei periodi di zona rossa».

Molti corsi di formazione sono stati trasformati in corsi online, in altri casi abbiamo dovuto attendere un posto con liste d'attesa lunghe perché i posti nei corsi sono stati dimezzati.

«Abbiamo anche dovuto interrompere i rapporti con i volontari. Per fortuna l'appartamento è inserito all'interno di un oratorio, dotato anche di una grande palestra e un campo da calcio esterno, dove i ragazzi hanno potuto prendersi degli spazi di decompressione.

In più abbiamo avuto diversi periodi di quarantena perché alcuni ragazzi durante l'anno sono risultati positivi, e oltre a loro anche alcuni educatori si sono ammalati. Insomma, è stato piuttosto complesso organizzarsi rispettando i limiti imposti dai vari decreti e salvaguardandoci».

 

Vedi il video con l'intervista a Sara Bramani, e iscriviti al nostro canale YouTube per non perderti le prossime pillole:

pillole YT cover FP Il Seme

 

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