vesti cassonettoTorniamo a parlare dei cassonetti gialli per la raccolta degli indumenti usati

Lo facciamo in occasione dei 20 anni della raccolta dei vestiti usati, oggi ad opera della Rete R.I.U.S.E., una rete – promossa tra gli altri da Caritas Ambrosiana e da Consorzio Farsi Prossimo – che raduna sette cooperative che, sul territorio della Diocesi di Milano e di Brescia, gestiscono il recupero degli indumenti usati.

E lo facciamo attraverso un'intervista a Carmine Guanci, che è direttore della Rete R.I.U.S.E. e vicepresidente della cooperativa Vesti Solidale, una delle nostre coop inserite in questo circuito, che ci ha aiutato a capire in modo molto semplice come funziona questo sistema.

Che cos'è la Rete R.I.U.S.E.?

«La rete è una forma prevista dalla legge per aggregare imprese che vogliono approcciare il mercato in modo più consolidato, più forte per sfruttare il know-how e le competenze delle imprese più grandi a beneficio di quelle più piccole.

Noi abbiamo creato questa Rete - R.I.U.S.E. - di 7 cooperative sociali, promosse da Caritas Ambrosiana, tutte coinvolte nella raccolta degli indumenti sulla diocesi di Milano, e dallo scorso anno anche di quella di Brescia.
La Rete raccoglie gli indumenti usati che i cittadini conferiscono nei cassonetti Caritas. Oggi abbiamo circa 2mila cassonetti e lo scorso anno abbiamo recuperato 10.800 tonnellate di indumenti usati».

 

Chi sono i lavoratori coinvolti in questa Rete? Quelli che vediamo, ad esempio, svuotare i cassonetti gialli?

«Oggi noi abbiamo 76 lavoratori regolarmente assunti che attraverso questa attività escono da situazioni di fragilità e bisogno.

Di queste 76 persone, 29 sono soggetti svantaggiati ai sensi della legge 381/1991 e hanno una disabilità fisica o psichica, oppure che escono da percorsi di droga o carcere, e altri 29 sono disoccupati di lunga durata che attraverso il lavoro recuperano dignità e riescono a intraprendere un percorso di vita autonoma».

 

Cosa succede ai vestiti che noi cittadini “buttiamo” nei cassonetti Caritas?

share«Noi raccogliamo circa 30 milioni di capi recuperati ogni anno. Questi capi vengono in piccola parte distribuiti alle persone bisognose nei 300 centri Caritas parrocchiali.

Però c'è una grandissima eccedenza che viene da noi raccolta e venduta ad aziende specializzate nel settore: aziende che sono da noi controllate, sono in possesso di tutte le autorizzazione previste dalla normativa ambientale e hanno sottoscritto con noi dei contratti etici.

Una piccola parte, infine, viene direttamente selezionata e igienizzata da noi e messe in vendita nella catena di negozi Share: sono dei negozi di abbigliamento usato gestiti dalle cooperative sociali e perciò anche queste finalizzate alla creazione di posti di lavoro per fasce deboli della popolazione. Abbiamo al momento 6 negozi Share: tre a Milano, uno a Varese, uno vicino a Lecco e uno a Napoli».

 

Quindi i vestiti che mettiamo nei cassonetti non vanno solo ai più bisognosi? Cosa vuol dire che vengono utilizzati a fini sociali, in che modo?

«Attraverso la vendita di questi indumenti usati noi abbiamo in primo luogo le risorse per pagare gli stipendi a queste 76 persone in situazioni di difficoltà.

Secondo, generiamo risorse per finanziare progetti sociali qui, sul territorio della diocesi di Milano. Pensate che in vent'anni abbiamo finanziato progetti per circa 5 milioni di euro. Solo nel 2017 in diocesi sono stati finanziati progetti promossi da Caritas per 260 mila euro.

Bisogna poi ricordare i numeri: noi raccogliamo qualcosa che nel nostro modello di consumo è prodotto dai cittadini in maniera enorme. In questi anni abbiamo raccolto vestiti che, messi tutti insieme, avrebbero creato una montagna con la base grande come il campo di San Siro e alta 357 metri: per fare un altro paragone, alta come il grattacielo Pirelli e il grattacielo Unicredit uno sopra l'altro. 
Il modello che proponiamo è un modo po' più articolato di fare solidarietà e aiutare le persone in situazioni di bisogno del semplice “donare un vestito a un povero”: abbiamo creato un circolo virtuoso che, attraverso chi mette il proprio vestito dismesso nel cassonetto della Caritas, permette di generare posti di lavoro, progetti di solidarietà e di salvaguardare l'ambiente.

Terzo, infine, l'ambiente: perché un terzo dei vestiti che noi troviamo nei cassonetti non possono essere riutilizzati come indumenti: di fatto, sarebbero rifiuti. Eppure troviamo il modo di rimetterli in circolo, ad esempio vengono affidati ad aziende che riciclano la fibra facendone materiale come tessuto non-tessuto o imbottiture».

 

Perché diciamo che i cassonetti gialli non sono tutti uguali? Cosa garantiscono i cassonetti Caritas?

«Noi abbiamo chiamato il nostro progetto Donavalore proprio per far capire ai cittadini che conferendo i vestiti nei nostri cassonetti generano un valore che va oltre il valore stesso del capo che stanno dando: proprio per questo circolo virtuoso fatto di occupazione, di solidarietà, di progetti di assistenza sul territorio, che riusciamo a innescare attraverso cooperative no profit. 

L'intera filiera che gestiamo noi è affidata a cooperative sociali.

Quando diciamo che i cassonetti non sono tutti uguali è perché in alcuni casi sono di proprietà di aziende profit che si appoggiano a delle onlus per poter avvicinare i cittadini ai propri cassonetti: in realtà queste società profit trattano i vestiti secondo altre filiere e poi semplicemente erogano delle donazioni, un piccola parte dei loro profitti, a queste onlus. Ma senza generare lavoro per persone deboli e percorsi di emancipazione come facciamo noi.

Quindi l'attenzione dei cittadini deve essere sul tipo di cassonetto che scelgono per donare i propri vestiti, informarsi su chi c'è dietro e chi li gestisce».

 

La Rete R.I.U.S.E. a sua volta fa parte di una rete più grande: una filiera del recupero dei vestiti usati, a livello europeo. Perché?

convegno1«Noi da soli raccogliamo da soli il 10% di tutto il rifiuto tessile prodotto in Italia. Per rimetterlo in circolazione, abbiamo bisogno di partner, e abbiamo stretto relazioni con partner che siano etici, senza fini di lucro come noi, che hanno sviluppato filiere per commercializzare grandi quantitativi di indumenti.

Ecco allora che ci siamo aggregati con altre imprese sociali del Belgio, della Francia e della Spagna che da più anni di noi hanno sviluppato questa filiera. Una filiera etica che già oggi è certificata, perché siamo sottoposti a audit di parte di un'agenzia indipendente esterna, che verifica che tutte le imprese appartenenti alla nostra rete rispettino tutte le regole previste dalla normativa europea.

Il passaggio ulteriore è la proposta di un marchio etico valido in tutti i Paesi europei: così i cittadini di Italia, Francia, Spagna, ecc. quando troveranno il marchio Solidar'R sul cassonetto sapranno che l'impresa che fa la raccolta dei vestiti di quel cassonetto è un'impresa che è stata sottoposta a test e verifiche, e avranno la garanzia di avere di fronte un'impresa no profit che fa parte di una filiera pulita».