barconeLo streetmagazine Scarp de' tenis, nel numero di giugno, ha dedicato l'inchiesta di copertina ai corridoi umanitari - “alternativa” alle traversate sulle carrette del mare - e alle ong che cercano di salvare chi rischia di morire e scomparire in fondo al Mediterraneo.

 

È stato infatti fatto un accordo che permetterà il primo corridoio umanitario tra l’Etiopia e l'Italia: grazie a Comunità di Sant’Egidio e Caritas Italiana, con la collaborazione dalla Conferenza Episcopale italiana che lo ha finanziato con i fondi dell’8 per mille, e realizzato d’intesa con i Ministeri dell’Interno e degli Affari Esteri, 500 profughi provenienti da Eritrea, Somalia e Sud Sudan arriveranno nel nostro Paese su un regolare volo di linea per essere accolti e supportati da famiglie e parrocchie della rete di accoglienza diffusa Pro-tetto a casa mia.

Per un anno verranno aiutati a imparare la lingua, trovare un impiego e a inserirsi nelle nostre comunità.

 

I numeri raccontano che nel 2016 sono morte o disperse nel Mediterraneo 5mila persone. L’anno prima 3700.

 

Tra chi ce la fa, e riesce a ricostruirsi una vita qui in Italia, ma non fa notizia perché, per fortuna, è una “storia normale”, c'è Ibrahim (nome di fantasia per tutelare la sua privacy) che oggi vive vicino a Lecco ed è passato per i centri di accoglienza della cooperativa L'Arcobaleno.

 

 

Ibrahim, dalla Costa d'Avorio al paese dei Promessi Sposi

 

«Qualunque lavoro, purché possa essere indipendente».

Non aveva molte pretese il giovane Ibrahim, ivoriano, quando è arrivato in Italia ormai sei anni fa, ma su quelle si è dato da fare.
E infatti oggi un lavoro ce l'ha, fa il pizzaiolo, e può mantenersi, pagarsi un affitto e sognare anche una famiglia.

 

In Italia ci è arrivato con un barcone, attraversando il Mediterraneo dalla Libia fino a Lampedusa, durante l'inizio di quel flusso di migranti che abbiamo iniziato a chiamare “emergenza profughi”, quella dal Nord Africa.

 

All'epoca aveva 21 anni, e quel viaggio in mare lo ha segnato tanto da non volerlo raccontare. «È durato trenta ore», è l'unica cosa che ha mai raccontato agli operatori che gli chiedevano, senza voler aggiungere nient'altro.

Dopo tre giorni a Lampedusa, lo imbarcarono su un aereo e arrivò a Milano, dove lo caricarono su un pullman e lo trasferirono a Lecco.

 

È così che è arrivato alla casa di accoglienza di via dell'Isola, centro di accoglienza gestito da L'Arcobaleno, cooperativa del Consorzio Farsi Prossimo della rete Caritas. Insieme a lui e ad altri richiedenti asilo, in via dell'Isola, sono accolti una trentina di uomini adulti in difficoltà sociale ed economica.

 

Nei diciotto mesi di permanenza al centro Ibrahim non è stato con le mani in mano: prima il corso di italiano al Cpia (il Centro permanente di formazione per adulti) alla frazione di Maggianico, poi il corso di scuola guida. Ma il suo obiettivo era poter lavorare, poter essere indipendente.

 

La sua porta di ingresso alla sua nuova vita è stata l'Accademia italiana della pizza, la scuola di riferimento per chi vuole diventare pizzaiolo professionista. E così ha frequentato due corsi: il “pizza classica” a Milano e quello di “pizza napoletana” a Como.

E poi la fortuna di trovare subito un lavoro, con tutta la gavetta del caso: prima sei mesi di borsa lavoro, poi un contratto a chiamata, poi ancora uno di apprendistato.

 

«Non avevo mai pensato di fare il pizzaiolo, ma il campo della ristorazione mi attirava e quando mi hanno proposto i corsi ho accettato volentieri. L'importante era avere un lavoro che mi desse un salario» – racconta Ibrahim, che ora ha 27 anni e sente di appartenere al Paese in cui vive.

 

Oggi ha un contratto a tempo indeterminato alla pizzeria Soqquadro di Lecco «anche se part time, e sto cercando un altro lavoro per il resto del tempo e per poter arrivare uno stipendio pieno», e abita insieme ad altri ragazzi migranti in una appartamento a Pescarenico, proprio la frazione di Lecco dove vivevano Renzo e Lucia dei Promessi Sposi.

 

Chissà se conosce la loro storia, quando dichiara che gli piacerebbe conoscere una ragazza e costruire qui una sua famiglia.